Piacere, il mio nome è Africa!

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Intervista a Samuele Merloni,
studente universitario impegnato attivamente nel servizio civile in Italia e Africa

Gli uomini amano costruire, purtroppo negli ultimi anni si sono specializzati nei muri e hanno dimenticato il valore dei ponti.

Samuele Merloni è il classico ragazzo come tanti. Va all’università, esce con gli amici, frequenta le ragazze e ama viaggiare. Purtroppo nulla di tutto questo lo appagava e realizzava interiormente, tralasciando per anni al caso la sua inquietudine interiore.
Qualche tempo dopo, sollecitato da una compagna di università, è venuto a conoscenza della Cesc Project, la prima aggregazione di Enti di Servizio Civile in Italia, e attraverso un volantino ha deciso di tornare laggiù, nel profondo dell’Africa, come già aveva avuto modo di viaggiare in Camerun all’età di sedici anni e ora per quindici giorni si era ritrovato ventiduenne su un aereo diretto in Tanzania lo scorso 15 agosto.
Spiega e racconta con la cura dei particolari e senza necessità di ricevere troppe domande la sua esperienza, per filo e per segno, come fosse appunto l’esperienza di vita forte che aveva tanto a lungo cercato.
“Allora non potevo capire, la missione mi era piaciuta ma a sedici anni non potevo comprendere la giusta misura delle cose e il senso profondo della vita” con trasporto quasi mistico Samuele non trattiene pensieri e impressioni per la gioia di diffonderli. “Se ne parla molto in tv, tanto sui giornali, ma la solidarietà e la virtù dell’aiutare vanno vissute sul posto, come l’accompagnare i bambini africani a scuola e dar loro da mangiare raccogliendo insieme le materie prime per sopravvivere, come il prendersi cura dei disabili in posti dove regna la miseria. L’Africa dei documentari e delle pubblicità progresso sempre più drammatiche volte alla raccolta di fondi che in questi Paesi non arrivano mai è solo in minima parte veritiera”.

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Qualora possa sembrare la solita retorica sulla solidarietà e la carità, è necessario menzionare subito la svolta che ha modo di esercitare solo un’esperienza vissuta in prima persona.
“Prima di partire ero inquieto” – continua Samuele – “Mi preoccupavo di cose vane ed ero pervaso dall’arrivismo che caratterizza qualsiasi giovane delle mia età alla ricerca di un buon lavoro, una famiglia perfetta, una posizione sociale invidiabile, come i modelli televisivi come per citare il quotidiano universitario quei professori ammirati e temuti da tutti, autori di decine di libri. Ci sono strade alternative che agli occhi della gente sembrano pura follia. Come la solidarietà oltre confine.”
Samuele studia economia e a molto gli è servito vedere le case di fango, i minimi pasti a base di riso, spezzatino di Zebù e Ugali, un’umile polenta di mais. Le poche differenze interiori e il molto da condividere con chi non può godere di determinate fortune materiali. Samuele inizia a dubitare che nel materialismo vi siano davvero fortune e tutto quello che definiva ricchezza è stato completamente capovolto da una dimensione dove l’avere è in realtà handicap per l’essere, la vita frenetica omicida di ogni emozione.
“Noi dodici italiani più uno spagnolo seguiti da un gruppo di volontari più esperti che da anni vivono in Africa, ci siamo ritrovati in un mondo dove il tempo non scorreva, perché nulla fugge del tempo se non la vita stessa di cui dovremmo godere maggiormente. Tutto quello che noi potevamo dare a questi orfanatrofi sperduti, dove l’Aids è quotidianità e le disabilità una maledizione di Dio, in realtà noi lo ricevevamo con gli interessi come uomini occidentali ignari del loro nulla e morti dentro, corrosi dal materialismo dei tempi moderni.”

Samuele è ora in Italia ma non vede l’ora di partire, tuttavia ben preparato risponde con i fatti alle più scomode domande dettate dai luoghi comuni e dal sentire diffuso. “Certo che in Italia occorre la solidarietà, certo che tutti si lamentano dell’immigrazione smoderata che alla fine neanche è giusta, ma non c’è nulla di più selvaggio dell’indifferenza verso chi fugge semplicemente per salvare la propria vita. La solidarietà non è subordinata ai colori politici, io mi impegno ogni giorno anche qui, seguo le mie associazioni e ricevo telefonate in cerca di aiuto ad ogni ora del giorno e della notte. Continuo a studiare anche se la carriera non è quello che cerco, perché ci si realizza solo attraverso il sorriso di queste persone, la loro considerazione la loro riconoscenza. Siamo tutti pieni di amici su internet, su Facebook, ma quanti oggi ti fanno anche solo una telefonata veramente sentita? Parliamo in continuazione ma veramente crediamo di ascoltare o essere ascoltati? Ho dubbi su questo che generano un’inquietudine e un vuoto colmabili solo dalla gioia del dare, perché attraverso il dare in realtà possiamo renderci conto di ricevere molto di più.”

Samuele Merloni continuerebbe quindi a parlarne per ore, felice di trasmettere lo schiaffo e la carezza che ha ricevuto attraverso la sua esperienza nel sociale in Italia e in Africa, gioioso e sereno nel poter ora dare il giusto peso alle cose, triste per quanti pochi in Occidente siano arrivati a capirlo, perfino tra i suoi amici più stretti. “Spesso continuano a darmi del matto…”. Ringrazia sentitamente per l’opportunità di parlarne nella speranza di essere letto, anche qui, dove tutto sommato è stato rotto, anche solo per un attimo, lo streaming della cronaca nera e delle polemiche politiche, quello della guerra e dell’abbandono.

Perché in fondo fare giornalismo significa dare voce a chi altrimenti non potrebbe averne, gli ultimi per primi in questi casi, e a volte è perfino giusto passare l’Oscar di protagonista a interpreti diversi, con una testimonianza sentita, invece delle solite parlantine fatte di vuoto dei grandi attori del nichilismo moderno.

twitta@LolloNicolao