Ombre e lacune internazionali dietro la primavera di Kiev

Se l’Europa orientale fosse una grande castello di pietra, potremmo ancora parlare di spettri. Il fantasma della guerra fredda si aggira per l’Ucraina o meglio, per gli occhi dei media internazionali affascinati dai complotti. Da novembre uno degli storici paesi dell’ex Unione Sovietica è una polveriera fatta di esplosioni, scontri e rappresaglie. Le leggi antisommossa appena abrogate dal parlamento hanno causato un ingente numero di vittime e feriti scatenando nel paese la guerra civile.

 

Mandati di arresto a iosa, manifestanti schedati, repressioni incondizionate e pubbliche onte. La scure del presidente Yanukovich si è abbattuta con veemenza sulle piccole fasce della popolazione europeiste. Il soffocamento della ribellione non ha fatto altro che accrescerne le pretese e il consenso generale. Inutile soffermarsi su quanto il governo denunci un complotto occidentale ai danni dell’area di influenza russa, irrilevante specificare quanto l’esecutivo tenga alle promesse economiche di Putin.

 

 L’Ucraina è da sempre punto strategico e snodo di tutti gli interessi produttivi della Russia, una pedina che non può essere smarrita come in passato accadde per i paesi baltici, la Polonia e l’allora Cecoslovacchia. Basti considerare la nuova politica estera del presidente russo dal discorso di Monaco. Basta isolazionismo, ora la Russia sarà pedina attiva dello scacchiere internazionale.

 

Così, se molti considerano diplomazia di successo e merito di Putin lo scampato intervento americano in Siria, bisogna anche considerare politiche repressive che negano libertà e diritti, oltre il limite del consentito dai trattati delle Nazioni Unite, ma sappiamo che non è questo il punto.

 

L’economia domina la scena e serve da insegnamento persino il caso italiano inerente alla Shalabaeva, gioco forza del Kazakhstan di Nazarbaev, principale partner dell’Eni. Tornando in Ucraina ci sono stati nelle ultime ore lievi progressi nell’ambito del dialogo anche se ormai l’attuale governo è a livello democratico completamente delegittimato. La leader dell’opposizione Yulia Tymoshenko soffia sul fuoco e incita la rivoluzione mentre altri leader di quel fronte come l’ex pugile Klitshko hanno poca credibilità sul piano popolare.

 

In breve un braccio di ferro che mette a rischio perfino la stessa unità territoriale di un paese già diviso e con ampie minoranze russe. Inutile negare, la componente storica e la giovinezza dell’Ucraina pesano sul contesto politico. Non a caso le masse europeiste sono costituite prevalentemente da giovani. Coloro che hanno maggiore senso di appartenenza alla bandiera giallo-azzurra, coloro che non hanno mai conosciuto l’Urss. Non a caso Yanukovich ha fatto schedare la maggior parte degli studenti universitari, soprattutto provenienti dalle zone occidentali, nella città di L’viv in primis, la vecchia Leopoli roccaforte dell’opposizione.

 

Purtroppo di fronte a tanto sangue si conferma ancora una volta inconsistente il ruolo delle Nazioni Unite, penoso quello dell’Unione Europea, intransigente quello di una Russia vogliosa di una nuova guerra fredda. Idealmente la maggiore gravità si racchiude negli ideali di tanti giovani ucraini, non più sicuri di un’integrazione europea foriera di libertà e progresso.

 

Tanta inefficienza sta scoraggiando perfino gli “ultranazionalisti”, così definiti da Putin. Coloro che non vedono l’ora di aprire le trattative per una prossima adesione all’Unione Europea. Gli appelli al dialogo sembrano ancora infruttuosi e la tensione sulle strade di Kiev sembra tutt’altro che allentarsi con un forte rischio di contagio nelle altre grandi città del paese.

 

 L’ultima cosa da menzionare appare tuttavia molto più grave di qualsiasi complotto internazionale e di ogni spargimento di sangue. Tante vittime muoiono e continuano a morire sulle strade combattendo per una causa vana, contro una politica corrotta che nasconde l’ombra di tanti interessi. Per un ideale utopistico che porta ben poco al di là di povertà e nuovo degrado. Il popolo ucraino vuole vincere la sua battaglia contro il regime nella speranza di un dialogo privo di interlocutori realmente disponibili.

 

Il possibile e prossimo vuoto di potere, complici anche le dimissioni del premier Mykola Azarov, lascia intravedere ombre ancora più nere. Una guerra nel deserto per una sorgente d’acqua ormai prosciugata che non basta più nemmeno a se stessa.

 

Lorenzo Nicolao