La crisi? “Grave perché rimandata”

Inflazione galoppante, crolli nelle vendite, effetti devastanti della globalizzazione, economia americana in rosso, le borse europee che affondano, debito pubblico inarrestabile, spread volanti, banche in pericolo, imprenditori che si tolgono la vita, padri di famiglia esodati o semplicemente senza lavoro, carovita insostenibile. C’è tanto nella crisi che stanno vivendo i paesi occidentali, i loro governi e soprattutto i loro cittadini. “L’Italia deve rimanere unita” questo il messaggio del capo del governo in carica Mario Monti chiamato appositamente per arginare il deficit. “No agli Eurobond, ma sì a riforme strutturali per l’Unione Europea che portino gradualmente all’integrazione politica” l’opinione della cancelliera Angela Merkel di fronte ai problemi dell’Eurozona. Una bufera che viaggia dalla Federal Riserve americana e arriva a colpire non solo gli stati europei ma i piccoli acquirenti, dal comune lavoratore al piccolo commerciante di periferia. La crisi è il trend topic negativo dei nostri tempi ma anche una condizione economica naturale che poteva essere prevenuta solo con un po’ più di prudenza e buon senso. Il boom mediatico scoppiò il 15 settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers, una delle più importanti banche di investimento statunitensi , e già nei libri di storia contemporanea si parla di crisi economica del 2008-2012. “Bisogna tornare indietro invece” come racconta Vladimiro Giacchè, opinionista del quotidiano online Lettera43, “Per diverso tempo si è parlato di una bolla speculativa nata a seguito dell’attentato terroristico al World Trade Center nel settembre 2001, ed esplosa solo nel 2008. Con l’attentato entra in gioco la ‘scusa bin Laden’. La definizione è dell’Economist del 13 ottobre 2001, che la spiega così: «Le imprese stanno già citando gli attacchi terroristici come motivo per far saltare fusioni, tagliare posti di lavoro e abbandonare nuovi progetti di investimento». In altri termini, una crisi già in atto viene addebitata all’attentato. Lester Thurow al Sole 24 Ore, sempre nel 2001, lo ammise francamente: «Il 99.8% dell’attuale crisi economica era già in corso, anche se ora tutti danno la colpa al terrorismo» La recessione dei prestiti per i nuovi investimenti già esisteva nel primo trimestre del 2001 e negli Usa hanno cercato in tutti i modi di impedire la conclusione di un ciclo economico che non poteva più regalare nulla”. Le conseguenze oggi vengono pagate con una fortissima pressione fiscale e l’impatto è devastante per i ceti medi. Per l’Istat la flessione dei consumi nel primo semestre del 2012 può essere del 3,3 per cento, un livello mai registrato. Giacchè continua con il suo flashback sulla recessione. “La crisi venne nascosta con il pretesto di Bin Laden ma gli indici erano già in negativo. Registrato un colpo di freno dell’economia mondiale già nel secondo trimestre del 2001 e un calo medio del 60 per cento dei profitti delle imprese, destabilizzante per l’economia americana fu l’impennata dei prezzi delle materie prime industriali e la crisi del mercato immobiliare” In America infatti lievitò quella bolla che grazie alla globalizzazione non diede scampo all’Europa. Una bolla speculativa fatta di rate e mutui eccessivi per beni non durevoli come auto, elettrodomestici e vacanze a seguito del sacrificio di beni immobili durevoli come prime e seconde case. Centinaia di banche sorte grazie a crediti immani che figuravano solo sulla carta e costrette al fallimento da altre troppo soffocate dai debiti e non fiancheggiate da uno stato assente per il forte deficit pubblico. “Una follia, un circolo vizioso senza via di scampo”dicono gli economisti, ma “tutti erano ben coscienti, speculatori e non, che fino all’esplosione della bolla si potevano ottenere grandi guadagni”. Ora la crisi è esplosa con incontrastabile violenza e porta con sé la crisi di fiducia per le borse internazionali, una marea di piani di salvataggio per l’Unione Europea, il fallimento pilotato della Grecia, le difficoltà degli stati europei del mediterraneo come Italia, Spagna e Portogallo, l’apprensione inevitabile degli altri membri dell’unione. Un minestrone che ora non risparmia nessuno perché le banche non fanno prestiti, gli stati non sono affidabili per nuovi investimenti mentre gli spread volano stabilmente sopra i 400 punti base nonostante i cambiamenti politici. Le imprese risparmiano, per la recessione sono costrette a pesantissimi tagli, la disoccupazione dilaga (quella giovanile ha superato il 30 per cento) e i consumi affondano. Il politico risponde che lo stato è troppo indebitato, che c’è troppa evasione ed è necessario aumentare la pressione fiscale. L’imprenditore accusa il governo di non offrire abbastanza incentivi e di non tutelare le aziende. Gli impiegati ringraziano se non sono cassaintegrati oppure fanno parte di quel limbo in cui si è definiti esodati. I giovani senza lavoro e titoli di studio non sanno nemmeno con chi prendersela. E’un ciclo negativo a cui l’austerity può far tornare i conti solo in un contesto di miseria e in un mondo di esodati alla ricerca di una crescita che non ci può essere se il problema è la recessione. Il lavoro, base dei sistemi economici e unica fonte per la ripresa è il settore più colpito. Giacchè come molti altri esperti conclude “Per questa crisi i sacrifici sono certi, i fallimenti probabili, la crescita un’oasi nel deserto se non si arrestano recessione e inflazione (previste anche per tutto il 2012). La ripresa giungerà con grande ritardo se la crisi è stata aggravata e posticipata dal 2001 al 2008. Prima si riprenderanno gli stati e i grandi sistemi di credito, poi potranno trarne beneficio i piccoli investitori”.

Lorenzo Nicolao