Gli Svizzeri chiudono agli immigrati. “Non possiamo permetterceli”

50,3%, 19mila voti, il maggiore consenso nel Canton Ticino “italiano”. In Svizzera passa il referendum di chi vuole alzare le barriere e porre dei tetti agli immigrati dell’Unione Europea. Una circolazione di capitale umano che la Confederazione elvetica non può permettersi, nonostante la disoccupazione sia del 3,5%, nonostante l’inattaccabile e il solidissimo sistema bancario nazionale. Un risultato che raccoglie lodi dai partiti antieuropei e aspre reazioni dall’Unione ma che certamente apre nuovi scenari di riflessione e di probabile modifica a molti trattati riguardanti l’integrazione. “Sono dispiaciuto per il risultato del referendum, accetto tuttavia la scelta del popolo elvetico.” Sibillino e politicamente corretto il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz in un tweet scritto dopo l’apparizione degli esiti di voto. La crisi europea ha certamente messo in guardia un paese a vocazione isolazionista come la Svizzera ma il risultato rifugge un modello di coesione sociale che si sta attuando con fatica nel continente. Tanti trattati sono a rischio, quelli firmati nel 1999 a cui lo Stato svizzero si riferisce solo per ricordare che allora l’Unione era diversa e non c’erano i tanti paesi dell’est aderenti ai patti solo dal 2004. La leader del Front National Francais Marine Le Pen si congratula con gli Elvetici e provoca gli europeisti chiedendo se manderanno i carri armati, Nigel Farage, capo del partito nazionalista britannico definisce la notizia “Meravigliosa, una questione di spazio e non di razza.” Si aprirà un dibattito sulla libera circolazione delle persone in seno ai vertici UE come teme Schulz? Per l’Italia si è mosso il ministro Saccomanni per tutelare degli italiani frontalieri, quei 60mila che varcano il confine ogni giorno per lavorare in Svizzera. Maroni rispetta il voto elvetico ma chiede una zona franca per la Lombardia. La legge del contrappasso svizzera stavolta si abbatte direttamente sui cittadini lombardi. Lo scenario è alquanto nefasto soprattutto per il mercato del lavoro. Da Berna rassicurano che i cittadini già presenti non subiranno alcuna restrizione ma provvedimenti intransigenti saranno attuati già nei prossimi giorni per i nuovi impiegati per i quali sono necessarie qualifiche superiori e maggiori specializzazioni. Entro tre anni il governo elvetico dovrà rivedere i trattati con l’Unione Europea, l’efficienza svizzera, come già annunciato dagli uffici stampa istituzionali, vuole affrettare i tempi. Ora l’UE non ha tempo per rimandare e far slittare gli impegni come la fitta burocrazia continentale la porta solitamente a fare. E’ una questione interna che la riguarda direttamente a colpirla dal suo cuore geografico e Bruxelles pur rimanendo attonita rischia sconvolgimenti anche all’interno dei suoi quadri istituzionali. Buona parte degli esperti ritiene che il malessere era tutt’altro che disatteso sebbene non si attendesse questo successo dal referendum voluto dall’Udc, il partito della destra conservatrice elvetica. Tuttavia, al di là di ogni opinione pubblica xenofoba, emerge chiaro il segnale di un paese che non vuole subire crisi sociali dovute all’integrazione di lavoratori stranieri quando trovare impiego è complesso se non impossibile anche per i residenti stessi. Per la Svizzera non è possibile ospitare persone solo per garantir loro benefici provenienti dalle strutture assistenziali. Così se il 23% degli abitanti nei Cantoni sono stranieri, ben più del 7% italiano, i dati economici danno ragione agli esiti referendari. Crisi di identità per il concetto della libera circolazione dei cittadini, crisi anche ideologica per il quadro sociale che gli Svizzeri vogliono evitare a tutti i costi, quello che nel bene e nel male si è realizzato e si mira a realizzare all’interno dell’Unione Europea, quell’istituzione di cui il cuore geografico continua a non voler assolutamente far parte.

 

Lorenzo Nicolao