Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

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1) Lo Stato italiano è stato sempre bravo a consacrare i propri morti. Soprattutto se erano eroi di legalità, perfino se la loro morte è dovuta in buona parte alla responsabilità dello Stato stesso. I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano prima di tutto grandi amici, di quelli che condividevano il duro lavoro e le notte insonni, di quelli che amavano conversare parlando dei propri sogni e delle proprie ambizioni. Protagonisti di un pool di magistrati che sarebbe passato alla storia, una triste vicenda ma non per questo priva di gloria. Giovanni e Paolo credevano nella giustizia e, quasi per ironia, il casuale omonimo Giovanni Paolo II promise che sulla loro storia, e su quella della mafia, sarebbe caduto il giudizio divino e dei posteri. La giustizia opposta al male della criminalità organizzata, del terrore, dell’ignoranza, dello stupro della coscienza personale. Una storia che merita sempre di essere raccontata, ancora una volta…

2) Se un giovane ti chiederà oggi chi siano stati Falcone e Borsellino, raccontagli del Palazzo di Giustizia di Palermo, un edificio imponente, austero e bianco. La piazza dove si affaccia è sempre deserta ma c’è una presenza umana importante. Due volti ritratti in un mosaico al lato dell’ingresso, cinque metri per quattro insieme ai tanti altri che sono morti per mano della mafia. Giudici, poliziotti, imprenditori, donne, perfino bambini, cittadini che non si sono arresi di fronte alla criminalità e alla paura. Una presenza che giace lì silenziosa e urlante, per chi in vita non ha accettato di rimanere in silenzio. Falcone e Borsellino sono il simbolo di questa battaglia e l’esempio di tante altre. Ma quella piazza rimane spesso deserta, come il terreno bruciato che Falcone e Borsellino hanno dovuto per tanti anni far rifiorire. Purtroppo così bruciato che l’unico concime efficace sarebbe stato solo il loro sacrificio.

3) Servono eventi drammatici per scuotere la gente dall’apatia e questo certamente fu valido anche per le stragi mafiose. Le prime reazioni contro la mafia si sollevarono dopo la scomparsa dei giudici Falcone e Borsellino. Ma perché tanto apprezzamento? Perché tanto seguito? Perché due giudici che non fecero altro che il loro dovere rispettando la deontologia professionale divennero per molti simbolo di legalità e giustizia? La mafia ancora esiste ma il suo potere in Sicilia è stato notevolmente ridimensionato, grazie a due giudici che attraverso il sacrificio e il duro lavoro di tanti altri seppero con il proprio impegno giungere fino al cuore del potere mafioso. La reazione fu brutale, due attentati a distanza di tempo estremamente ravvicinata annientarono i giudici e chiunque era incaricato di proteggerli. Ma si sa che le reazioni brutali sono in fondo frutto di tanta paura e forse anche una reazione di sopravvivenza. E la mafia sapeva di rischiare, rischiare tanto…

4) Ma chi erano quindi, oltre che amici, coloro che spaventarono così tanto la Cupola di Cosa Nostra? Erano quasi coetanei Giovanni Falcone, classe 1939, e Paolo Borsellino, classe 1940. Nati e cresciuti a Palermo si conoscevano sin da piccoli, ma poi si ritrovarono come colleghi magistrati in quello che fu definito un pool antimafia, un gruppo di poliziotti e giudici che lavorarono insieme per combattere la criminalità organizzata. Ma come arrivavano i risultati arrivarono anche i morti. Nel 1983 l’ideatore del pool Rocco Chinnici, nel 1984 il giornalista Giuseppe Fava, nel 1985 Ninni Cassarà, dirigente della squadra mobile di Palermo. Se non per timore di perdere la propria vita, Falcone e Borsellino accettarono di andare avanti nonostante la perdita dei propri amici e il rimorso dovuto alla responsabilità delle proprie azioni. Perché inutile ricordarlo, la giustizia ha un prezzo e in questi casi sa essere davvero caro.

5) Tanta dedizione e costanza, giorno e notte. Falcone e Borsellino non potevano permettersi una tregua, né un passo falso. Per Giovanni Falcone la svolta nelle indagini fu la testimonianza di un mafioso, Tommaso Buscetta, fuggito in America dopo una sanguinosa lotta interna alla mafia. Quasi tutta la sua famiglia era stata sterminata e lui voleva dissociarsi appellandosi ai giudici di Palermo e raccontando a Falcone tutto quello che sapeva. Grazie alle sue deposizioni furono fatti numerosi arresti ed ebbe origine la strategia dei pentiti, tanto efficace quanto crudele e allo stesso tempo immorale perfino per un sistema corrotto quanto la mafia, perfino per i codici di Cosa Nostra. Il palazzo di giustizia imponente e bianco divenne così una delle più celebri aule bunker nella storia della criminalità e della giustizia di questo Paese.

6) Il successo di Falcone e Borsellino poteva essere espresso in pochi, semplici e chiari numeri evidenti. Nel 1987 ci furono 1400 imputati alla sbarra, 342 condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli, molti dei quali inflitti a mafiosi latitanti tra cui Bernardo Provenzano e Totò Riina. Le condanne furono confermate definitivamente il 30 gennaio 1992. Purtroppo se questi numeri denotano di primo acchito una vittoria, molto stranamente e davvero poco casualmente, Giovanni Falcone fu trasferito a Roma e accusato più volte sia dai politici che dai colleghi magistrati, di protagonismo nella lotta alla mafia. Una stagione di veleni e sospetti che tuttavia non impedì al giudice di ottenere la nomina a Direttore della Procura nazionale antimafia, nonostante gli avessero, alquanto misteriosamente negato l’incarico di procuratore di Palermo. Vicende torbide che purtroppo non riguardavano la mafia, almeno non quella siciliana.

7) “L’Italia è un Paese strano” disse una volta un giornalista americano “è piena di misteri, ma non c’è nessun segreto.” Nonostante dopo le nuove nomine l’azione di Falcone e Borsellino avesse trovato un nuovo vigore, Giovanni dichiarò nel corso di un’intervista che si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande, che in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. Praticamente una profezia di quello che sarebbe accaduto nei mesi successivi. 23 maggio 1992. Un aereo decollato da Roma atterra all’aeroporto di punta Raisi, qualche chilometro fuori da Palermo. Scendono il giudice Giovanni Falcone e la moglie, Francesca Morvillo. Attesi da tre auto, per un corteo aperto da una Fiat Croma marrone, a bordo tre agenti di polizia, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ma ad attenderli c’era anche un uomo chiamato Giovanni Brusca, detto dalla polizia “scannacristiani”, senza dubbio non un missionario, e in quel giorno non era lì per caso.

8) Ad aspettare Falcone c’era anche Brusca, 150 persone uccise all’attivo, pronto ad azionare un timer collegato a 500 chili di tritolo posizionati sotto un canalone. Di Falcone, di un giudice alla guida della Croma bianca, la seconda del corteo, non resta che un boato spaventoso e una voragine lungo la strada. Muoiono inevitabilmente i tre agenti sulla prima auto, la croma marrone, poi il giudice e la moglie. L’Italia apprende la notizia al telegiornale, come sempre avveniva all’epoca delle stragi per mafia, ormai abituata e insensibile. Tuttavia nessuno seppe accettare in coscienza un attacco così eclatante, una vera e propria azione di guerra. E comprese che il nemico non era solo quel giudice, ma tutti coloro che osavano ribellarsi alle regole di Cosa Nostra, tutti cittadini di uno Stato che risultava chiaramente impotente.

9) In una giornata shock il primo ad accorrere in ospedale è l’amico e collega di Falcone Paolo Borsellino che, sconvolto, mormora alla sorella del giudice, Maria, di averlo visto morire tra le sue braccia. A un mese da quell’attentato lo stesso Borsellino parlerà di un atto di amore verso la giustizia e la città di Palermo, quello di un giudice come Falcone che semplicemente facendo il proprio dovere era stato disposto a dare tutto. Borsellino intensificherà le indagini, cosciente di essere il prossimo bersaglio, ma interiormente già morto, vittima dell’abbandono di uno Stato che forse non aveva la sua stessa volontà di combattere la mafia. Molti gli chiesero se aveva paura di fare la stessa fine. Ma lui rispondeva sempre: “Certo la farò, ma ricordate che chi muore così muore una sola volta. Chi vive con la paura di Cosa Nostra, il terrore di una bomba, di un fucile puntato, con la vile scelta di seppellire la coscienza, muore ogni giorno.” In un certo senso però, quella storia sembrava già essere stata scritta.

10) 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone, il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino, dopo aver trascorso una giornata al mare , rientra a Palermo per andare a trovare l’anziana madre in via d’Amelio. Con lui gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Fragorosa esplosione come nel caso del collega e amico. Dall’alto del monte Pellegrino , che sovrasta la città, parte il comando a distanza che fa esplodere una Fiat 126 imbottita di tritolo. Una fiammata, un cratere. Muoiono tutti, eccetto Antonio Vullo, il sesto agente che si era allontanato in retromarcia per parcheggiare l’auto della scorta. Stesso destino, stesse lacrime, stessi ricordi. Ma furono proprio questi due eventi drammatici a scatenare una reazione. Se la stagione delle stragi continuò, dall’altra il lavoro dei giudici risultò prezioso e inestimabile per tutti coloro che scelsero di seguire le loro tracce e proseguire l’opera nobile della lotta alla mafia. Perché, purtroppo, sono proprio le tragedie a scuotere la gente dall’apatia.

11) Dopo Falcone e Borsellino, i depistaggi nelle indagini e gli accordi segreti tra mafia ed esponenti corrotti delle istituzioni continuarono, ma qualcosa di flebile iniziò a cambiare. 20mila soldati vennero inviati in Sicilia per proteggere giudici e cittadini, arrivò un nuovo procuratore della Repubblica, Gian Carlo Caselli, nel 1993 fu arrestato Totò Riina, il cosiddetto “capo dei capi”, poi uno dopo l’altro tutti gli altri boss mafiosi. Moltiplicandosi le testimonianze dei pentiti i processi poterono andare avanti. Nacquero associazioni intitolate a i due giudici ed ebbe origine un accurato programma di educazione alla legalità per giovani e giovanissimi. Ancora oggi sono infaticabili le sorelle, Maria Falcone e Rita Borsellino che incontrano i ragazzi in Sicilia come in Italia anche solo per raccontare che la mafia non è invincibile e che qualcuno prima di loro ha sperato di vincerla e certamente provato a combatterla.

12) Oggi in via d’Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino, e davanti a quella che fu la casa di Giovanni Falcone, ci sono due alberi. Il loro tronco è coperto di foglietti, disegni, pensieri, poesie, fotografie di chiunque voglia lasciare una testimonianza, per ricordare ogni giorno che la morte dei giudici non è avvenuta invano. La loro vittoria era stata il principio della loro fine, ma da quel sacrificio nacquero tanti altri valori e si diffuse la tradizione dell’antimafia. Gli uomini passano, ma non necessariamente deve passare quello che hanno voluto trasmettere agli altri. L’oblio sarebbe la peggiore delle offese, per chi ha dedicato appunti, lavoro, impegno, dedizione per quello che ritenevano un valore da difendere e un’ingiustizia da combattere. Prima di giudicare occorre pensare a coloro che sono morti giovani sperando però che le loro idee sarebbero rimaste intrise della duratura forza di durare.

13) Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vanno ricordati perché sono stati tra i primi a combattere la mafia, come altri personaggi illustri quali Peppino Impastato e il generale Dalla Chiesa. Purtroppo non l’hanno certamente vinta. Per questo sono importanti, per questo è giusto continuare a perseverare nella difesa della giustizia. Cos’è davvero la mafia non lo sapremo mai, nemmeno con le testimonianze, nemmeno con i racconti dei testimoni. Cosa Nostra non è solo in Sicilia, non è solo nel sud Italia, non è solo una realtà circoscritta in ambienti malfamati. Siccome non lo è bisogna continuare a combattere per idee di uguaglianza, idee di educazione contro ogni uomo che eserciti oppressione nei confronti di un proprio simile, nei confronti di chi è più debole. Falcone e Borsellino volevano dirci che in fondo siamo noi a scegliere e decidere, per il meglio e per un mondo più giusto, affinché la giustizia non sia solo un’illusione.

14) “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.” Lo amava dire e ripetere il giudice Paolo Borsellino, come allo stesso modo credeva che la lotta alla mafia fosse innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale dell’indifferenza, della contiguità e quindi anche della complicità. Ai giudici Falcone e Borsellino Palermo non piaceva, per questo hanno imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare. In fondo nessuno dei due  ha mai chiesto di occuparsi di mafia. Ci sono entrati per caso e non hanno mai chiesto di uscirne fino a quando la gente sarebbe morta loro attorno. Non un eroismo, ma un semplice dovere morale.

15) Il più corrotto dei sistemi è stato per troppo tempo ignorato, ma uomini o angeli mandati sulla terra hanno agito per combatterla. In una bellissima terra come la Sicilia hanno deciso di lasciare il segno contro un’istituzione organizzata. Le loro idee devono rimanere nei secoli intatte come piccoli miracoli. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno dato il massimo e sacrificato tutto, molti di noi possono decidere per il meglio anche con molto meno, perché la mafia può essere ovunque, in città come in campagna, al lavoro come in vacanza, nei palazzi del potere come nelle proprie case. Un seme di mafia è una gemma di terrore, un seme di antimafia odora di liberà e fiorisce nel tempo. Si sa che i semi caduti danno molto frutto, ma questo dipenderà solo da noi, perché solo i posteri possono essere un buon terreno oppure un asfalto arido che permetterà alla mafia di sigillare il proprio dominio. Se l’ignoranza è uno dei terreni più fertili per il seme mafioso, i giudici Falcone e Borsellino ricordavano non a caso ogni giorno di parlare della mafia. “Alla radio, in tv, sui giornali, però parlatene.” A volte tacere diventa peccato mentre sapere e far sapere diventa il primo obbligo morale, ancor prima dell’agire, quello verso il quale furono capaci di spingersi i due piccoli amici palermitani, oggi immensi pilastri per l’incessante e ininterrotta lotta alla mafia.

twitta@LolloNicolao

2 thoughts on “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

  1. Magistrale, lucido, coraggioso articolo: sono queste le radici da cui trae linfa l’albero di Govanni Falcone, l’albero di Paolo Borsellino.

  2. Magistrale, lucido, coraggioso articolo: sono queste le radici da cui trae linfa l’albero di Giovanni Falcone, l’albero di Paolo Borsellino.

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